Storie e Memorie
 

Vecchi e nuovi poveri al tempo del Coronavirus: la Domenica delle Palme alla mensa della Caritas

caritas2di Claudio Cordova - Pasta al sugo, un panino con la cotoletta, acqua, un dolce. Il pranzo della Domenica delle Palme. Non per chi vive la quarantena del Coronavirus "normalmente", ma per chi in questo periodo vede acuirsi le proprie difficoltà, o, purtroppo, le vede nascere, a causa della chiusura delle attività commerciali e della conseguente crisi economica. Pur con tutte le cautele del caso e con la prudenza necessaria, senza esporsi ed esporre altri a inutili rischi, non vengono meno i servizi essenziali a favore dei poveri messi in atto dalla Caritas.

Tutto inizia nel 2005, con il pranzo di Natale. Poi, dal 2006, il pranzo per i poveri una domenica al mese. E, in breve tempo, il servizio che funziona ogni giorno, nel tentativo di alleviare le sofferenze di chi è più sfortunato.

Oggi più che mai, con la minaccia del Coronavirus, si cerca di non abbandonare chi è maggiormente in difficoltà, per non far pagare caramente il prezzo dell'emergenza. Riorganizzarsi per non lasciare indietro nessuno, neanche chi è ai margini, ma che non dev'essere in alcun modo considerato sacrificabile.

C'è il sole a Reggio Calabria nella Domenica delle Palme. Fuori dal centro messo in piedi da don Nino Pangallo, accanto alla "sua" chiesa, quella di San Giorgio Extra, è un via vai continuo. Alla fine saranno oltre ottanta i pasti serviti a chi ha più bisogno. Grazie alle donazioni di viveri e di prodotti, che in questo periodo sono aumentate. Tutto in un sacchetto, da portare via. Inusuale per la mensa della Caritas, ma gli assembramenti sono vietati. E quindi non si pranza nella solita sala, quella che, ogni giorno, per qualcuno diventava casa. Un modo non solo per mettere qualcosa sotto i denti, ma anche per stare insieme, per essere compagni, per scambiare due chiacchiere, magari per ridere. Perché il bisogno non è solo di cibo.

Il Coronavirus toglie anche questo.

Nino, Santo, Demetrio sono pronti dalle 10.30. Volontari da anni nel centro di San Giorgio Extra, oggi armati dei guanti e della mascherina, attraverso cui si percepisce comunque un sorriso al passaggio del sacchetto. La signora Isabella, invece, è ai fornelli dalle 8. Anche in cucina, infatti, non possono esserci più di due persone, per mantenere le distanze di sicurezza prescritte dai protocolli.

Arrivano alla spicciolata, non tutti indossano una mascherina.

Stranieri, ma anche tanti italiani. Avete visto "facce nuove" rispetto al solito? Tutti annuiscono, agitano la mano, come per dire, "tantissime". Una mamma con tre figli a casa. Qualcuno chiede anche del latte, oltre al sacchetto: "C'è da superare la vergogna iniziale - dice Nino – perché a Reggio Calabria ci si conosce tutti quindi è difficile. Ma la prima volta che prendi quel sacchetto – continua indicandone uno – poi diventi una presenza fissa". Fuori dal centro, infatti, diverse persone che si avvicinano, danno un'occhiata, poi si allontanano. E compiono il periplo della piazza un paio di volte prima di decidersi. Sì, perché da anni, ormai, è notorio come le mense della Caritas non siano solo meta di stranieri e senzatetto: "Ci sono meno immigrati, forse hanno paura dei controlli" commentano i volontari, nel via vai continuo. Sono tanti i "nuovi poveri" italiani. La maggioranza: "Ho visto uomini separati, che magari vivevano al Nord e sono caduti in disgrazia" spiega Demetrio.

La crisi colpisce tutti.

"Per la prima volta alcuni giorni fa abbiamo avuto in fila numerose persone filippine. E' la prima volta, i filippini hanno sempre avuto la propria indipendenza economica" spiegano. La chiusura delle attività, ma anche la contrazione del lavoro nelle case, lavoro prevalente della comunità filippina, mette in difficoltà anche loro. Vittime del lavoro nero e, quindi, anche impossibilitati a giustificare gli spostamenti, infoltiscono ora la platea che si rivolge alla Caritas. Volti nuovi, in queste settimane di chiusura. Manovali - italiani e stranieri - privati dei piccoli lavori di carpenteria, badanti – italiane e straniere – rimaste senza persone da accudire, ora che le famiglie sono costrette alla clausura forzata.

Ma non ci si avvicina solo per il cibo. Il clima che si respira è familiare: i volontari si rassicurano sulle condizioni dei loro "clienti" e danno qualche consiglio. Tra un sacchetto e l'altro, si unisce anche il ruolo solitamente rivestito dal centro di ascolto, sospeso nella fase emergenziale. Ogni domenica, invece, permane attivo il punto medico, gestito dal Rotary. E' il dottor Pasquale Cama a ricevere i pazienti: "Ogni domenica, almeno una ventina di persone si rivolgono a questo spazio" dice. Ma cosa chiedono? "Un consiglio, ma soprattutto medicine, che non hanno la possibilità di acquistare. Antiinfiammatori soprattutto, l'Oki va a ruba". Arriva don Nino Pangallo, che come sempre si divide tra la chiesa e il centro: "Sa che questo spazio ha salvato anche persone dal tumore, partendo da piccoli sintomi e consigliando accertamenti?".

Santo porta dentro degli scatoloni. Dentro, guanti e mascherine nuove. Arrivano dall'Ordine dei Medici, forse perché non adeguate all'attività professionale. Nel centro di San Giorgio Extra possono essere invece molto utili. E' un volontariato quasi sanitario, tutto viene disinfettato e i materiali di protezione vengono forniti anche a chi lo richiede.

Don Nino Pangallo coordina tutto e si informa sull'andamento della mattinata, ma non solo: in questo periodo, le associazioni si stanno organizzando anche per "consulenze" nell'inoltrare le domande per i buoni spesa previsti dal Governo. Chi si rivolge alla Caritas non ha strumenti di alcun tipo per aderire alle misure predisposte. Don Nino ascolta, annuisce e legge qualcosa al cellulare. In questo periodo avete avuto problemi di ordine pubblico, come avvenuto in alcune zone d'Italia? "Assolutamente no – risponde – tutto regolare, fortunatamente perché qui non c'è stata l'ondata del virus che c'è stata altrove. Il problema sarà nei prossimi mesi, bisognerà far qualcosa per controllare il disagio sociale".

La mattinata volge al termine, i sacchetti sono finiti. Ma si cerca di accontentare anche i ritardatari, che arrivano dopo mezzogiorno. Qualche panino con il tonno e dell'acqua, di più è impossibile: "Dovete venire prima!" esorta Nino parlando a due ragazzi. "Eh lo so, ma ci hanno fermato per un controllo e ci hanno trattenuto un'ora" risponde uno dei due, rigorosamente in dialetto.

L'ingresso, che ha accolto più richieste possibile, si richiude. Ma si pensa già a domenica prossima: "Abbiamo chiesto alle famiglie del territorio di preparare pietanze specifiche, lasagne, polpette e altri cibi tipici della giornata – dice Demetrio – poi penseremo noi a rendere la busta un po' più festiva".

Perché domenica prossima è Pasqua, la più strana. Ma si farà di tutto per farla celebrare anche ai più fragili, anche ai tempi del Coronavirus.